Mi e’ arrivata una raccomandata da uno studio di avvocati di Milano, che mi annuncia la (quasi) chiusura della pratica di fallimento della Nuova Editoriale. Se mi arriva e’ perche’ si ritiene che in quel fallimento qualcosa mi spetti. Il fatto e’ che al momento non mi sono nemmeno ricordata chi fosse la Nuova Editoriale, fallita nel 1996 (14 anni fa!). Ci penso un po’ su e poi ricordo: era l’editore dell’Indipendente, quotidiano milanese per cui avevo scritto dei pezzi nelle pagine della cultura (ovviamente mai retribuiti, causa appunto fallimento).
Per scrupolo chiamo lo studio di avvocati e chiedo. Mi rispondono quello che mi aspettavo: non ero una dipendente ma una collaboratrice, i soldi che hanno da distribuire sono pochi, gli ex-dipendenti prenderanno il 15% di quello che spetta loro e ai collaboratori non arrivera’ niente.
L’avvocato mi ha risposto che potevo archiviare la pratica, per quanto mi riguarda. Che vuol dire che posso finalmente, dopo 14 anni, buttare nel cestino la lettera, i pezzi mai pagati, e gia’ che ci sono l’idea che il mondo dell’editoria funzioni in modo “normale”.
MI chiedo quanto tempo manca perche’ l’editoriale che sta dietro Verve, il magazine diretto da Massimo Pacifico, faccia la stessa fine. Ho una (una sola, evviva!) fattura insoluta, della quale ho chiesto piu’ e piu’ volte il pagamento.
Pacifico non ha mai risposto alle mie mail. Allora gli ho telefonato, ma mi sono sentita rispondere che lui e’ solo il direttore e non puo’ fare altro che sollecitare il pagamento agli amministratori. I quali, ovviamente, hanno di meglio da fare.
Il mio caso non e’ nemmeno drammatico, se vogliamo metterla cosi’. Una fatturina non pagata che non arriva a 1000 euro. Ma non posso pensare con grande tristezza alle due o tre persone che stanno lavorando in redazione, a tempo pieno, senza stipendio da novembre 2009. Ogni tanto ci scriviamo delle mail e so che tengono duro come possono ma non abbandonano la baracca per non perdere il “privilegio” di essere annoverati, in caso di fallimento, tra i “creditori privilegiati”. Un grande privilegio, non c’e’ che dire.
14 aprile 2010
Falliti e contenti
15 marzo 2010
A world apart. Seconda puntata
La casa editrice francese che nel giro di mezza giornata ha risposto alla mia mail e mi ha inviato un contratto per la stesura di pezzi da inserire in guide di viaggio (edizioni Louis Simo, tanto per essere trasparenti) mi ha gia’ inviato degli incarichi. Mi chiedono di amndare a vedere un certo posto a Londra, un negozio di genere “abbigliamento punk” scelto da loro. Vado, scrivo il mio report ma si legge tra le righe che non sono entusiasta del posto.
Mi chiedono perche’ e lo spiego: tra i tanti avrebbero potuto sceglierne uno piu’ originale. Risposta (il giorno dopo, non mesi dopo): accettiamo il tuo suggerimento, segnalaci il posto che credi sia adatto alla nostra guida e l’altro verra’ cestinato. Aggiunta: ovviamente verrai pagata lo stesso anche per la recensione che non verra’ pubblicata.
A world apart. Mi rimane ancora sullo stomaco il viaggio fatto per Dove nella laguna di Grado, MAI pubblicato e MAI pagato.
11 marzo 2010
A world apart
L’altro giorno un’amica (francese) mi parla di una nuova collana di guide di viaggio pubblicate in Francia. Le cerco su internet, trovo il sito (scritto anche in inglese) e vedo che cercano corrispondenti da Venezia. Scrivo, dicendo che vivo a Londra ma conosco Venezia come le mie tasche, senza, peraltro, aspettarmi un granche’ di risposta. Che invece arriva puntuale il giorno dopo.
Mi dicono che sono interessati alla mie corrispondenze sia da Londra che da Venezia. Un’ora dopo mi mandano il contratto via mail e mi dicono quanto e quando (tre settimane dopo la consegna dei pezzi) verro’ pagata. Abbiamo iniziato una collaborazione immediatamente, con la consegna del primo pezzo. E ancora non ci posso credere. Non so se questa cosa andra’ avanti, ma mi ritengo gia’ soddisfatta per il trattamento. Non ho mai, dico mai, in 20 anni, ottenuto un contratto da nessun giornale italiano. E spesso non sono riuscita nemmeno a farmi dare il “quantum”.
4 marzo 2010
Non era obbligato di “denunciarsi” all’Ordine: disposta l’archiviazione per Dino Boffo
Questo il titolo di una mail ricevuta oggi dall’ordine dei Giornalisti del Veneto. E menomale che sono giornalisti. Non si dovrebbe dire “obbligato a”? Anche per questo il giornalismo e’ andato a farsi benedire.
2 marzo 2010
Un nuovo modo di comunicare
L’11 marzo si inaugura a Londra Affordable Art Fair, una fiera d’arte “accessibile”, e cioe’ che contempla la possibilita’ che qualcuno la
visiti e torni a casa con un’opera d’arte avendo speso al massimo 3000 sterline. La prima volta che ci sono andata sono rimasta stupita dalla quantita’ di gente che usciva con tele, quadri e piccole sculture sotto il braccio. Nell’angolo dove ti impacchettano la tua opera d’arte per trasportarla piu’ comodamente c’era la fila. Era prima della crisi, e’ vero. E sara’ curioso vedere se la recessione tiene lontani gli appassionati. Nel frattempo vengo a sapere che a Milano ci sara’ una manifestazione simile. Arte Accessibile Milano, dal 26 al 28 marzo allo Spazio Eventiquattro (via Monterosa 91). Gloria Vanni (che partecipa a questo blog), esibira’ i suoi bellissimi (e non lo dico perche’ e’ una mia amica, li trovo davvero formidabili) collages, fatti tra le altre cose da pezzi di quei giornali su cui noi scriviamo o (piu’ spesso) vorremmo scrivere se questa professione ce lo consentisse. Le sue cose si trovano su http://www.collageamodomio.it/ e dimostrano una creativita’ fuori dal comune.
Forse non c’e’ (piu’) bisogno di grandi gallerie e apparati per far conoscere gli artisti. Come non c’e’ (piu’) bisogno di grandi giornali e case editrici per far venire fuori notizie e belle scritture. E’ il nuovo fai da te, bellezza.
24 febbraio 2010
Due pesi e due misure
Qualche anno fa (ero appena arrivata a Londra) mi chiama l’allora direttore di Airone per propormi una rubrica. Aggiunge che, per quanto si vergogni a dirlo, l’editore (Cairo) paga a 12 mesi e lui non riesce a farci niente. Mi verrebbe da declinare l’offerta, ma si tratta di una rubrica molto piccola, che mi impegna poco, il lavoro e’ lavoro e accetto. D’altra parte, dice il direttore, una volta che iniziano ad arrivare i soldi, arrivano con una certa puntualita’ tutti i mesi.
Consegno il primo pezzo e me ne dimentico. Il mese dopo consegno il secondo. Dopo due o tre mesi mi arriva un bonifico con il pagamento da Cairo Editore. Mi stupisco dei tempi cosi’ veloci e lo dico al direttore alla prima occasione. Mi spiega che abitando a Londra sono considerata “giornalista straniera” dall’amministrazione. Con gli stranieri Cairo non si azzarda a proporre il pagamento a 12 mesi perche’ verrebbe coperto d’insulti. Con gli italiani si’.
23 febbraio 2010
Siamo tutti pezzenti
Immagino di non offendere nessuno se dico che siamo tutti pezzenti. L’idea di questo blog e’ nata perche’ volevo mettere nero su bianco episodi, fatti reali accaduti nel corso della mia carriera, sempre meno tale, per la verita’.
Ma questo non e’ e non deve essere il MIO blog. Quindi invito tutto quelli che condividono il mio pensiero sulla tragicomica fine che sta facendo la nostra professione a raccontare vessazioni, umiliazioni e sfruttamenti subiti. Oppure episodi confortanti, se ce ne sono.
Mi sono anche chiesta se cosi’ facendo non urtero’ la sensibilita’ di qualcuno, se non daro’ fastidio, se la cosa non si ritorcera’ contro di me. Poi ho pensato: possono le cose andare peggio di cosi’? Direi di no. Non abbiamo niente da perdere, mi pare.
Quindi invito tutti i giornalisti pezzenti a raccontare episodi, fatti, pensieri. Cosa fanno per sbarcare il lunario, cosa hanno fatto in passato e cosa sono invece costretti a fare.
Perfezionero’, in una di queste notti insonni, il piccolo problema tecnico che fa si’ che io risulti la scrivente e gli altri i “coristi”. Vorrei che fossimo, come siamo, tutti allo stesso livello, perche’ siamo, a tutti gli effetti, sulla stessa barca.
22 febbraio 2010
Perche’ siamo qui
Benvenuti nel blog dei giornalisti in via di estinzione. Un po’ per ridere, un po’ per non piangere, scriviamo qui le nostre (deprimenti) esperienze di giornaliste (o giornalisti) con tanto di tessera professionale, tassa annuale assolta, ma senza un briciolo di speranza di sopravvivere dignitosamente nel mondo dell’editoria, del quale pure abbiamo fatto parte per gli ultimi 20 anni.
Non servira’ forse a svegliare dal suo torpore intellettuale qualche direttore o caporedattore, ma speriamo serva a qualche giovane di belle speranze a capire che il mondo del giornalismo cosi’ come l’abbiamo sempre conosciuto e’ morto ma non lo sa ancora ed e’ molto meglio trovarsi un lavoro vero.
Fare il giornalista? Sempre meglio che lavorare, diceva tanti anni fa Guglielmo Zucconi. Oggi invece direi che e’ meglio, molto meglio lavorare. Almeno si guadagna qualcosa e non si perde in dignita’.